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“I Plant my heart in garden”: Intervista a Boris Hadzija e Hoda Taheri

  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Alla Mostra del cinema di Venezia, Boris Hadžija e Hoda Taheri ci parlano di “I Plant my Hand in the Garden”, il loro primo lungometraggio, nato dall’incontro tra le loro origini serbe e iraniane e la loro vita a Berlino. Nell’intervista si aprono su famiglia, migrazione, identità queer e del desiderio di costruire nuove forme di relazione, oltre le etichette e le aspettative sociali.


At the Venice film festival, Boris Hadžija and Hoda Taheri present I Plant my Hand in the Garden, their first feature film, born from the encounter between their Serbian and Iranian backgrounds and their life in Berlin. In the interview, they discuss family, migration, queer identity, and the desire to create new forms of relationships beyond labels and social expectations.



Alla 23sima edizione delle “Giornate degli autori”, nell’abito della 83sima Mostra Internazionale di Arte cinematografica di Venezia, è stato presentato “I Plant my hand in the Garden”, produzione tedesco-serba diretta dal regista serbo Boris Hadžija e dalla regista iraniana Hoda Taheri, che ne firmano anche la sceneggiatura. Si tratta del primo lungometraggio di questa coppia di registi, che vive a Berlino ed esplora nel loro cinema i temi della migrazione e della queer culture.


Il film, basato sulle esperienze dei registi stessi, racconta la storia di una rifugiata iraniana a Berlino, e di uomo “queer” serbo, che decidono di sposarsi e crescere un figlio insieme, affrontando però le numerose sfide presentate dalla burocrazia e delle aspettative delle rispettive famiglie e della società. Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare a Venezia i due registi per parlare del loro film e del loro lavoro.


VENEZIACINEMA: Nel vostro film si percepisce un’energia molto forte: quella delle nuove generazioni che vogliono costruire la vita che scelgono, e non quella che le loro famiglie e la società si aspettano da loro. Ma i vostri personaggi sono anche disposti a scendere a compromessi pur di non rompere con le loro famiglie, che amano profondamente. È così?


Hoda: “Parlando delle giovani generazioni e del desiderio di costruire una propria narrazione, questo era proprio uno degli elementi centrali dell’idea del film. Tutti forse tutti abbiamo una certa concezione di ciò che dovrebbe essere la vita di una coppia eterosessuale, e allo stesso tempo un’idea diversa di quella che può essere una relazione queer. Ma nella nostra vita privata queste due dimensioni si sono mescolate molto. La relazione che abbiamo, invece, non è propriamente eteronormata, ma non è neanche una relazione queer nel senso più convenzionale del termine. Per noi, quindi, si trattava di cercare di capire che cosa significhi questo nostro nuovo modo di vivere e se sia possibile costruire una famiglia in questo modo, al di fuori di tutte queste norme”.

Boris: “Lo penso anch’io. Quando si parla di identità queer o di queerness, c’è sempre questa nostra tendenza, molto umana, di voler categorizzare le cose. In qualunque ambito della vita, ci piace mettere delle etichette, avere dei confini chiari: questo è il modo in cui stanno le cose, così dovrebbe essere la vita, così dovrebbe essere una famiglia, così dovrebbe essere il sistema educativo. E lo stesso vale per le identità queer: abbiamo categorie molto rigide e definite su cosa significhi essere queer, su come dovrebbe essere una relazione queer, su come dovrebbe essere il matrimonio e così via. Ma credo che l’idea stessa di “queerness” sia, invece proprio quella di non dover essere categorizzata, di non essere definita, di poter rimanere irrisolta. Non tutto deve necessariamente avere un’etichetta o essere definito in modo preciso”.


VENEZIACINEMA: Ci sono delle somiglianze tra il peso e il ruolo della famiglia nella cultura balcanica e in quella iraniana?


Hoda: “Sì, penso che anche noi siamo rimasti sorpresi dalla quantità di somiglianze tra le due culture. Certo, sapevamo che ce ne fossero molte, ma quando le nostre famiglie si sono incontrate, abbiamo scoperto davvero moltissime affinità, nonostante i due Paesi siano piuttosto diversi tra loro”.



VENEZIACINEMA: Voi vivete a Berlino. Cio’ nonostante abbiamo trovato il vostro film un po’ fuori dagli schemi rispetto al cinema europeo che vediamo nelle sale o in TV. Vi siete ispirati anche a cinematografie non europee, per esempio a quella balcanica o iraniana?

 

Hoda: «Da parte mia, sì, assolutamente. Anche perché non ho conosciuto il cinema attraverso il cinema europeo, ma soprattutto attraverso quello iraniano, fin da quando ero molto giovane. E penso che anche il modo in cui viviamo le esperienze sia diverso. Portiamo con noi molte cose legate al nostro background culturale, che, inevitabilmente, finiscono per entrare nei film. Anche le esperienze che viviamo contribuiscono a creare qualcosa che forse non è necessariamente un cinema pienamente europeo.»

Boris: «Penso che, innanzitutto, siamo certamente molto influenzati dai film che vengono da contesti al di fuori dell’Europa. E naturalmente, quando affronti temi come l’immigrazione, che è un tema importante del nostro film, ti confronti anche con questo tipo di cinema. Però non credo che ci sia un’ispirazione diretta proveniente da qualche parte in particolare. Non abbiamo mai avuto dei riferimenti precisi in questo senso, non abbiamo mai pensato a un film specifico dicendo: “Ecco, questo è lo stile che vorremmo adottare”. Credo quindi che tutto nasca soprattutto dall’ambiente e dalla situazione in cui ci troviamo a girare. In qualche modo, è più legato a quello che ci circonda.»

Hoda: «Non direi che la nostra vita sia semplicemente una vita da immigrati. Anche la nostra vita è un grande mix. Per esempio, io vengo dall’Iran, Boris viene dalla Serbia e ci siamo incontrati a Berlino. Quindi tutte queste cose hanno un ruolo e confluiscono nel nostro modo di fare cinema. Forse per questo il nostro lavoro non rientra facilmente in una categoria precisa. Non è che, se fai cinema in Europa, allora deve avere necessariamente un certo aspetto, mentre un film cinese deve essere fatto in un altro modo e un film iraniano in un altro ancora. Credo che sia proprio questa mescolanza a creare qualcosa di diverso, magari anche un ritmo o un linguaggio cinematografico particolare, che nasce da una sorta di fusione. Un po’ come un ristorante fusion.»



VENEZIACINEMA: «Quindi anche per il vostro cinema vale l’idea dell’assenza di etichette di cui parlavamo prima, giusto?»


Boris: «Sì, esattamente.»


VENEZIACINEMA: “Questo è il vostro primo lungometraggio. Ci è sembrato che questo film rappresenti in qualche modo un’evoluzione dei vostri precedenti cortometraggi come “Mother Is a Natural Sinner (2024)” e “Our Garden Is Lonely (2025)”. È così?


Boris: «Assolutamente sì. Anche perché questo film non è nato semplicemente dicendo: “Ecco, ora abbiamo un’idea e realizziamo un film”. Ci siamo costantemente confrontati con questi temi, con queste domande, e cerchiamo sempre, in qualche modo, di trasferirli da un film al successivo. I personaggi, molto spesso, ritornano, come ritornano i luoghi, le situazioni, le domande che ci poniamo. Semplicemente, ogni volta diventiamo un po’ più grandi e forse anche il nostro punto di vista cambia leggermente.


VENEZIACINEMA: “E il vostro prossimo progetto?”


Hoda: «In realtà stiamo già lavorando al prossimo progetto, anche se siamo ancora in una fase molto iniziale dello sviluppo. Anche questo film, credo, affronterà un tema simile, ma forse, se riusciremo a ottenere il budget necessario, sarà un’opera ancora più fortemente di finzione.»

Boris: «Sì, sono d’accordo. Sarà più formale e più giocosa. E stiamo lavorando anche a dei cortometraggi, perché per noi è importante non pensare: “Ok, adesso siamo passati ai lungometraggi e non faremo mai più un corto nella nostra vita”. Il cortometraggio è un mezzo molto interessante: è giocoso, sperimentale e permette davvero di provare delle cose. È un formato breve: puoi girare in due, tre, quattro giorni; anche il processo di scrittura è più agile e i budget non sono così grandi. Quindi è importante continuare a lavorare anche su qualcosa di piccolo.


VENEZIACINEMA: “quindi non solo per una questione di budget, ma anche per poter essere più liberi nello sperimentare?»


Hoda: «Semplicemente per sperimentare.»

Boris: «Sì, anche se penso che questo abbia comunque a che fare con il budget. Perché più soldi ci sono, più persone vengono coinvolte; più persone sono coinvolte, maggiore è la responsabilità e, di conseguenza, c’è meno libertà. Quando invece ci sono meno soldi, hai semplicemente più libertà.»

 


Ringraziamo Boris Hadzija e Hoda Taheri per il tempo e la grande disponibilità che ci hanno concesso.

Ringraziamo le Giornate degli autori e la Casa degli Autori per l’ospitalità.

Le foto sono di Danilo Maggi e Pietro Gallina


I Plant my heart in garden”, oltre ai premi previsti nell’ambito delle Giornate degli Autori, concorre anche per il Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”. 


 Boris Hadzija e Hoda Taheri al Q&A svoltosi al termine della premiere del film (Foto di Danilo Maggi)

 

 

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