Una sera a Venezia con Andrea Segre, al Leofanti Film Festival

Immaginate di essere una sera a Venezia. La luce pian piano sta calando. Un piccolo chioschetto serve birra fresca, bicchieri di vino rosso o di prosecco. Un campo da calcio o da basket di un oratorio è ricoperto di sedie e tavolini, e sul muro, sotto le case c’è un enorme schermo.



Il ricordo può andare al cinema all’aperto che ha segnato tante estati in campo S. Polo o a S. Angelo, ma anche, più indietro nel tempo, ai film proiettati sulla parete di una chiesa, mentre gli spettatori portavano si le sedie (o le poltrone) da casa.

Questa è l’atmosfera che si respira in questa prima edizione del “Leofanti Film Festival”, organizzato dall’omonima associazione culturale, in collaborazione con la Società S.Giacomo Benefica, presso il “patronato” della parrocchia di S. Simeon Piccolo, proprio di fronte alla stazione di S. Lucia. Gli organizzatori affermano di voler portare tra le calli un po’ di cultura, e si augurano (e noi con loro) che la manifestazione possa ripetersi anche negli anni avvenire.

Il cartellone è ricco, e presenta film mai banali, come “God Loves Uganda”, di Roger Ross Williams, “Nuovomondo” di Crialese, o “La gabbia dorata” di Diego Quemada-Diez. Negli ultimi giorni due film pero’ raccolgono particolarmente la mia attenzione, anche perché seguiti da un incontro con i registi. Il 27 settembre è stato presentato “Pecore in erba”, di Alberto Caviglia, film presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2015, aggiudicandosi il premio Arca CinemaGiovani, ed il premio “Civitas Vitae”


Oggi, 28 settembre, è stata invece la volta del regista originario di Dolo Andrea Segre, classe 1976, con il suo ultimo lavoro "L'ordine delle cose", presentato tra le proiezioni speciali dell'ultima mostra di arte cinematografica di Venezia.



Andrea Segre ha esordito nel 1998 con il documentario "Lo sterminio dei popoli zingari" seguito l'anno successivo da "Berlino '89-'99 - Il Muro nella testa". Dopo questi primi lavori inizia ad avvicinarsi al tema dei popoli migranti raccontandolo con lo strumento del “documentario”, ma sempre toccando da vicino storie di persone (Ka drita? A metà, storie tra Italia ed Albania). Anni dopo ha trasferito queste storie anche nei suoi lungometraggi, a partire da "io sono Lì (2011) ed il magnifico "La prima neve", con Anita Caprioli e Giuseppe Battiston, visto nel 2013 alla 70ª mostra del cinema di Venezia.


Andrea Segre con Giuseppe Battiston a Venezia74.

Foto di Elena Tubaro (Instagram: @eltubaro )


Segre racconta che rispetto ai suoi due primi film, molto vicini all’esperienza del cinema del reale, con “L’ordine delle cose” ha voluto allontanarsi un po’ da quel modo di osservare la realtà, in quanto quello sguardo permetteva di entrare a pieno nelle situazioni ma non sempre aiutava a riflettere a fondo su di esse. Nel film un bravissimo Paolo Pierobon (Il capitale umano; Quo Vado) interpreta Corrado Rinaldi, un funzionario (probabilmente dei servizi segreti) che abita tra Padova e Roma e che opera in Libia, a fianco di Luigi, un fantastico Giuseppe Battiston. Nel cast anche un fantastico Roberto Citran



Quale ordine sideve dare nella vita ai diversi fattori quali carriera, potere, denaro, ma anche etica e pulsioni umanitarie? Andrea Segre conduce lo spettatore a costruire il proprio "ordine delle cose" attraverso una storia realistica ma non reale, che descrive, a tratti anche con glaciale freddezza, un certo tipo di Veneto e di Italia centrato solo sugli interessi. In questo riesce, a mio parere, a rappresentare le contraddizioni di una certa fascia della nostra società con cinismo ma allo stesso tempo una forte verosomiglianza, che mi ha ricordato per efficacia, pur con tutte le dovute differenze, alcuni lavori di Sorrentino.


Andrea Segre sotto lo schermo del Festival dei Leofanti.

Foto di Danilo Maggi (Instagram: @danilomaggi)


Come le statue del "Prato della valle" non rappresentano i personaggi più illustri della storia di Padova, perchè ad un certo punto "per esserci bastava pagare" i personaggi di questo film sono realistici ma portati all'estremo, per farci alzare dalla poltrona della sala con qualche domanda in più.





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