Dopo essere stato il film di pre-apertura della 77a mostra di Venezia, "Molecole", di Andr

Rialto. Piazza San Marco. Un Ponte della paglia straripante di persone. Volti di ogni razza. Mascherine carnevalesche. “Assembramenti” , come si direbbe oggigiorno, di persone ammassate provenienti da ogni continente.


Sono le prime immagini di “Molecole”, il nuovo film di Andrea Segre.

Definirlo “documentario” sarebbe riduttivo, anche se inizia proprio così, come alcuni dei precedenti lavori documentaristici di Segre e come probabilmente sarebbe potuto diventare il progetto originario sviluppato dal regista. “Avevo scritto un progetto per raccontare le due grandi tensioni della Venezia di oggi, il turismo e l’acqua alta... e il 22 febbraio 2020 ero pronto per partire, ma non potevo immaginare cosa stava per succedermi,... tutti noi non potevamo immaginare cosa stava per succederci.”


Nelle prime scene, le immagini sembrano riallacciarsi a “il pianeta in mare”, con il regista che, lasciato Porto Marghera ed entrato nel cuore della laguna, incontra testimoni delle varie sfaccettature della Venezia di oggi, come Gigi, pescatore dell’isola delle Vignole, o Elena (Nena) Almansi, regatante che tra un allenamento e l’altro, insegna la voga veneta agli stranieri più coraggiosi.


Quasi subito, tuttavia, la ricerca di Segre su una città che ha sempre “sfiorato” senza volerla mai afrontare a viso aperto, si perde in qualcosa di inaspettato. Non si tratta solo dei noti eventi legati alla pandemia, e qui scanditi dal passare dei giorni. Segre prende in prestito alcune parole da “Lo straniero” di Camus per presentare il senso di “Molecole”: “Dal fondo del mio avvenire, durante tutta questa vita assurda che avevo vissuta, un soffio oscuro risaliva verso di me”. Il “documentarista” lascia spazio all’essere umano e all’uso della narrazione in prima persona. Venezia è infatti la città di un padre che oggi non c’è più e rispetto al quale rimangono sicuramente alcune domande aperte. Scoprire la città in un momento in cui sembra che sia stato riavvolto il nastro del tempo le fa riaffiorare un po’ alla volta e trasforma il film in un qualcosa di molto intimo e autobiografico. La città, spoglia del frastuono assordante del luna park, giorno dopo giorno si mostra come un qualcosa di vivo, di fragile ma anche forte, dove la natura e l’uomo a volte sembrano giocare a braccio di ferro, alla continua ricerca di equilibrio tra terra e acqua. Una città dove l’acqua può entrare in casa da porte e finestre, ma può essere anche troppo bassa per poter navigare, e dove l’essere umano deve convivere con la precarietà perchè, come dice il regatante Marino Almansi, “bisogna saper vogare anche senza acqua”.



Ho sentito dire che da qualcuno del pubblico all’uscita della sala che alla fine non si arriva a nessuna risposta. E’ vero che da questo documentario non arriveranno mai risposte “sociali” o “politiche” per la questone “Venezia” così come non ci sono risposte a molte domande che il regista vorrebbe fare a suo padre. Ma secondo me il senso stesso e la bellezza di questa pellicola, che la rende universale, è proprio questo: far diradare la nebbia, attenuare la confusione, fermare le frenesie di una macchina sempre in corsa, e fermarsi ad ascoltare ed ascoltarsi. Ascoltare la città. Vederne il respiro, al di là del museo a cielo aperto o di tutti gli stereotipi che sentiamo continuamente. Ascoltare il rumore lieve delle piccole cose che passano, delle molecole dell’acqua infranta dalla prua di una barca. Ascoltare se stessi, e finalmente farsi il coraggio di smettere di sfiorare certe domande, ma di affrontarle, cercando di trovare il senso della propria esistenza.... almeno un po’.



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