“London”: Intervista a Marcio Picoli e Victor di Marco
A Venezia incontriamo Marcio Picoli e Victor Di Marco, registi e sceneggiatori di “London” (Settimana della Critica), film brasiliano che esplora disabilità, sessualità e autodeterminazione attraverso la storia del suo protagonista. Nell’intervista, gli autori raccontano la genesi del film, il loro originale metodo di co-regia e la volontà di spingere oltre i confini del loro cinema.
In Venice, we meet Marcio Picoli and Victor Di Marco, directors and screenwriters of “London”, a Brazilian film exploring disability, sexuality and self-determination through the story of its protagonist. In this interview, the filmmakers discuss the film’s origins, their distinctive approach to co-directing, and their ambition to push the boundaries of their cinema.

Alla 83sima Mostra Internazionale di Arte cinematografica di Venezia, nell’ambito della Settimana Internazionale della Critica (SIC), domenica 6 settembre 2026 è stato presentato “London”, una produzione cinematografica brasiliana diretta da Marcio Picoli e Victor Di Marco.
Il titolo “London” si riferisce al protagonista della pellicola, un ragazzo con disabilità che è riuscito a costruirsi una vita basata su una forte e grintosa indipendenza. Lavora come “dominatore” in un locale fetish insieme a Luke e Lilá, due amici che condividono la sua stessa condizione. La sua routine viene però scossa quando una visita medica gli offre l'opportunità di sottoporsi a un esame clinico avanzato, che potrebbe finalmente fargli comprendere l'origine e l’evoluzione della propria disabilità.
Abbiamo incontrato, a Venezia, Marcio Picoli e Victor Di Marco per parlare con loro del film, di cui sono entrambi sceneggiatori e registi e di cui Victor, attore affetto da disabilità, è anche il protagonista.
VENEZIACINEMA: Innanzitutto congratulazioni per il film. Per noi è stata una sorpresa inaspettata. Nelle prime scene London dice: «C’è qualcosa nella luce del giorno che mi infastidisce sempre, la notte è la mia alleata, la mia amica». E in un’altra parte del film, riferendosi alle persone con disabilità, afferma «o siamo al centro dell’attenzione oppure siamo completamente invisibili». Mi sembra che proprio di notte London diventi il padrone del proprio destino e superi le difficoltà e questa “invisibilità”. È così?
Marcio: Certo. Penso che una delle cose più importanti di London, e una delle cose che volevamo mettere in evidenza, sia proprio questa differenza. Perché durante il giorno, quando abbiamo mostrato e rappresentato London nella città, lui si trova sempre in una condizione in cui è costretto a proteggersi e stare sulla difensiva, perché la città non è un luogo abituato ad accoglierlo. Quindi, quando giravamo le scene diurne, parlavamo sempre di questa città gigantesca e di London che è in qualche modo perso in mezzo a essa o nei suoi angoli. E possiamo dire che questo vale per moltissime persone con disabilità, perché non c’è accessibilità in tutti i luoghi, non si può entrare dappertutto.
Ma quando arriva la notte, la notte è il luogo in cui London lavora. È il luogo che lui domina, gli appartiene, è in sintesi il suo territorio. E nella notte abbiamo rappresentato anche il colore, gli affetti, la cura. Una persona senza disabilità è in grado di “possedere” la città. London invece deve crearsi da solo uno spazio in cui possa essere gigante, in cui possa sentirsi padrone [non a caso “master” ndt]. È questo è l’equilibrio che abbiamo cercato di creare.
VENEZIACINEMA: Mi sembra quindi che il concetto di “normalità” non consista nell’essere uguali agli altri, nell’avere lo stesso corpo o lo stesso stile di vita, ma nell’essere trattati come gli altri e nell’avere la stessa possibilità di autodeterminarsi, di scegliere, di vivere.
Victor: Sì. È proprio una delle cose che volevamo evidenziare nel film: questo forte desiderio, che London ha, di essere considerato semplicemente in quanto essere umano. Perché è molto, molto difficile per le persone con disabilità essere considerate semplicemente esseri umani. Veniamo definiti come “disabili”, “invalidi”.. c’è sempre una parola che ci definisce. Noi, attraverso la voce di London, rivendichiamo il fatto di essere visti come persone qualsiasi, esseri umani, rifiutando le etichette di qualsiasi tipo, anche quelle che possono derivare da una diagnosi. E questo è, fondamentalmente, quello che London grida al mondo nel film «Voglio essere visto e considerato come tutte le altre persone».

VENEZIACINEMA: Spesso, quando il tema è la disabilità, molti argomenti possono essere considerati tabù. Le persone, parlando di questo tema, spesso indossano una maschera “politically correct”. London rifiuta le etichette, rifiuta le maschere e mette la busta con il referto che contiene la propria diagnosi nel congelatore.
Victor: Sì, è verissimo. Penso che la scena in cui London nasconde la propria diagnosi nel freezer sia una sorta di metafora, e anche il momento esatto in cui il pubblico si rende conto che lui ha paura dell’esito. Il congelatore è un luogo in cui le cose guadagnano più tempo, hanno più tempo per essere pensate… e possono anche temporaneamente essere fermate. Quando London mette l’esame nel congelatore, ho pensato, come attore, che volesse in un certo senso congelare anche questo corpo o questa malattia.
E c’è anche una seconda simbologia collegata a quel gesto. L’acqua è un simbolo del cinema queer per esprimere il desiderio e i sogni. E quando nel film mettiamo l’acqua in uno stato diverso, cioè congelata, stiamo dicendo che questo non è il solito film queer ma un film queer diverso.
VENEZIACINEMA: Se posso aggiungere una cosa, parlando delle maschere che si indossando relazionandosi con persone con disabilità, penso che abbiate toccato anche una questione legata al fatto che spesso le persone disabili vengono trattate come se fossero bambini, anche quando sono adulte. È effettivamente qualcosa che volevate sottolineare, almeno in parte?
Victor: Sì, certo. Ci sto pensando proprio adesso, perché sì, le persone con disabilità vengono sempre rappresentate, e sono sempre trattate come se fossero un bambino piccolo… “oh, poverino”.
Marcio: Ed è per questo che nel film si parla di sessualità. Le persone con disabilità non vengono mai sessualizzate, né viene riconosciuto il loro desiderio, perché c’è questo rapporto con l’idea del bambino.
Victor: Sì, ma allo stesso tempo, quando il medico pratica una sedazione a London senza il suo consenso, proprio con questo atteggiamento paternalistico, sorgono tutta una serie di domande: la medicina è un luogo di cura, ma che tipo di cura è? Come viene offerta? E a quale prezzo?
Perché il medico fa la sedazione senza che London glielo chieda e senza il suo consenso. E penso che questi non siano aspetti che abbiamo inventato per la sceneggiatura, e che accadano anche nella vita reale.
Marcio: “Quindi abbiamo cercato di spingere la discussione anche su questo. E naturalmente questo si collega a tutta la questione dell’autonomia delle persone: abbiamo bisogno di accessibilità e, per avere accessibilità, dobbiamo essere visti come persone”.
VENEZIACINEMA: In “London” avete lavorato insieme come registi e avete scritto insieme la sceneggiatura, giusto?
Marcio: “Sì. Lavoriamo insieme da... ormai da alcuni anni. Abbiamo realizzato circa cinque cortometraggi insieme, e in tre di questi Victor era anche il protagonista. Quindi è stato molto naturale per noi che London fosse una co-regia. E penso che abbia funzionato molto bene perché, naturalmente, ci conosciamo molto bene, abbiamo fiducia l’uno nell’altro e abbiamo studiato molto insieme prima di girare il film.
Con London è stato così: cinque o sei mesi prima di iniziare le riprese, stavamo già guardando tutti i riferimenti, stavamo già pensando alle scene, stavamo già facendo il découpage del film [definire tutte le scene, quali movimenti di macchina fare, come organizzare le inquadrature una dopo l’altra, cosa mostrare e cosa lasciare fuori campo, ecc..]. Perché una delle cose che volevo davvero assicurare a Victor era che, quando fosse stato sul set, potesse essere concentrato al 95% sulla recitazione e non dovesse preoccuparsi troppo di tutto il resto.
Quindi penso che abbia funzionato molto bene. E poi, naturalmente, penso che ci sia qualcosa di unico nel nostro modo di lavorare: quando io sono dietro la macchina da presa e Victor dirige davanti alla macchina da presa, abbiamo la possibilità di avere simultaneamente due diversi punti di vista sulla scena. Perché Victor è dentro la scena e io la guardo dall’esterno. E questo crea, secondo me, uno sguardo diverso rispetto a quello di un semplice regista che sta dietro la macchina da presa. Per questo penso che ci sia qualcosa di unico nel nostro lavoro, e che ci siano scene che sembrano qualcosa che non hai mai visto prima, proprio perché abbiamo questa condivisione.

VENEZIACINEMA: Questo è il vostro primo lungometraggio, giusto? E possiamo dire che è un’evoluzione di tutti i cortometraggi?
Victor: Sì, penso che sia un’evoluzione naturale, ma penso anche che sia il risultato finale della nostra prima ricerca. Abbiamo realizzato cinque cortometraggi sul tema dell’essere queer, dell’essere disabili, e ora abbiamo fatto incontrare queste due cose in London. E penso che sia stato un incontro molto riuscito, perché, guardando i nostri cinque cortometraggi, è come dire: ok, London è assolutamente il risultato finale di tutto questo.
Marcio: E poi sento che ora siamo pronti a iniziare a sviluppare ulteriormente questo lavoro, perché quando portiamo qualcosa di nuovo, penso che sia necessario fare un primo passo. E penso che London sia il primo passo.
Victor: Un piccolo passo.
Marcio: Sì, un piccolo passo, ma è il primo passo, perché ci sono alcune cose, a livello di linguaggio cinematografico, che stiamo proponendo e che penso debbano... sviluppate nei prossimi film
La nostra discussione è molto più avanzata rispetto a ciò che proponiamo in London, ma abbiamo bisogno di presentarla alla società affinché possa capire quello che vogliamo. E poi, con il secondo e il terzo film, possiamo spingerci oltre, come vogliamo davvero. Possiamo essere più radicali.
Marcio: Possiamo correre più rischi.
Victor: Sì. Ed è quello su cui stiamo lavorando nel nostro secondo lungometraggio: essere più duri e spingere oltre i confini di ciò che stiamo proponendo.
VENEZIACINEMA: Quindi state già lavorando a un altro progetto?
Victor: Al nostro secondo lungometraggio.
Marcio: Sì, lo stiamo facendo.
VENEZIACINEMA: Buone notizie!
Marcio: Sì, stiamo davvero lavorando al secondo progetto e siamo ancora nell’ambito della disabilità, ma ora stiamo guardando il corpo da angolazioni diverse, entrando in una dimensione più legata all’horror corporeo e a questa sperimentazione che sarà lo sviluppo di ciò che abbiamo portato in London; quindi, sono molto entusiasta di finire la sceneggiatura e iniziare le riprese. Ma non so quando succederà, perché abbiamo bisogno di finanziamenti e di tutte queste cose che servono per realizzare un lungometraggio. Quindi forse tra i prossimi due o tre anni riusciremo a presentarlo.
Victor: Quando hai un progetto tra le mani, devi parlarne quando è finito, quando nella tua testa c’è già qualcosa di nuovo, ma devi spingere quello che stai facendo adesso per poter arrivare a quello successivo. Questa è la sfida.
Perché nella tua testa sei già lì e pensi: “Dai, ci sono già stato, l’ho già fatto, devo concentrarmi su qualcosa di nuovo”, ma il pubblico è due passi indietro.

Ringraziamo Marcio Picoli (a sinistra) e Victor di Marco (a destra) per il tempo e la grande disponibilità che ci hanno concesso. Ringraziamo la Settimana Internazionale della Critica per l’ospitalità presso la Casa della Critica. Le foto sono di Danilo Maggi e Pietro Gallina









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