Lovers in the blue night: intervista ad Anuparna Roy
Anuparna Roy, nata nel 1994 nel West Bengal, dopo una laurea in Letteratura inglese lavora come assistente alla regia e realizza il cortometraggio Run to the River, selezionato in diversi festival internazionali. Nel 2025 esordisce nel lungometraggio con Songs of Forgotten Trees, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, dove conquista il Premio per la Migliore Regia, diventando la prima regista indiana a ricevere il riconoscimento. Il suo cinema racconta soprattutto donne, marginalità, migrazione e vite invisibili. L’abbiamo incontrata al suo arrivo al Lido, assieme al suo produttore Bibhanshu Rai.

VENEZIACINEMA: Per noi è un onore incontrarla. L’anno scorso ha vinto il premio per la Miglior Regia, nella sezione Orizzonti, con il suo primo lungometraggio. Che effetto fa tornare sulla “scena del crimine” un anno dopo?
ANUPARNA ROY: Beh, è surreale.
Mi sento come se stessi tornando a casa. Venezia ha plasmato profondamente la mia carriera ed è proprio come tornare a casa. Non me l’aspettavo. In tanti mi stanno chiedendo se sono felice di essere stata nuovamente selezionata in Orizzonti.
Sono felicissima, perché sono una regista esordiente e avevo pochissime aspettative. Non mi considero certo al livello dei grandi registi che sono qui: ho ancora tantissimo da imparare. Quindi, per me, è davvero un sogno che si avvera.
VENEZIACINEMA: Nel nuovo film c’è Pritam Pilania, che aveva già lavorato con lei in “Songs of forgotten trees”, il suo primo film. Anche la troupe tecnica è la stessa del primo film?
ANUPARNA ROY: La troupe è praticamente la stessa, ad eccezione di una o due persone. La squadra principale, il nucleo della troupe, è sempre rimasto lo stesso: i miei amici Bibhanshu Rai, Vikas Kumar e Shahid Khan hanno prodotto il film. Mi hanno sostenuta moltissimo.
Abbiamo rinnovato la a collaborazione con gran parte della troupe. Anche Pritam aveva lavorato in Songs of Forgotten Trees, seppure in un ruolo molto piccolo, e ora è diventato il protagonista. Lo stesso vale per Bhushan Shimpi.
VENEZIACINEMA: E Pritam verrà anche lui a Venezia?
ANUPARNA ROY: Sì, è venuto l’anno scorso. Ne stavamo proprio parlando poco fa, e verrà anche quest’anno. Sta per arrivare.
VENEZIACINEMA: Anche in questo film parli di storie di migranti. Quando in Italia parliamo di migrazione, pensiamo a persone che si spostano da un Paese all’altro. Forse in India è diverso. È anche una migrazione dalle campagne verso le grandi città?
ANUPARNA ROY: Sì, è un fenomeno molto importante. Perché in India i migranti non stanno migrando oltre un confine. Se per “migrare” intendiamo attraversare un confine da uno Stato all’altro, quella è quasi una condizione privilegiata. E loro non hanno quel privilegio. Quello che fanno è letteralmente migrare dal villaggio verso le grandi città, alla ricerca di opportunità, di un’identità, d’amore, di desiderio, di qualunque cosa stiano cercando. E sentivo di doverne parlare. Perché in India nessuno parla della migrazione interna, che è invece una realtà molto presente e ha una forte dimensione politica in un Paese come l’India. Quindi qualcuno deve parlarne.

VENEZIACINEMA: Ho letto che in questo nuovo film parli anche di una famiglia che potremmo definire fuori dalle categorie tradizionali. Come è nata questa storia che racconti nel film?
ANUPARNA ROY: Quando ero nella zona del Golfo del Bengala, ci fu un episodio che mi colpì molto: un’alluvione.
Era il 2017 o il 2018. Un’intera famiglia perse il proprio villaggio. E a quel punto non sapevano più dove andare. Cercavano un’isola. Questa cosa mi affascinò profondamente. I miei mentori mi hanno aiutato a non romanticizzare quella situazione, ma a comprenderne il dolore.
E alla fine abbiamo rappresentato qualcosa di simile attraverso la storia di Karim e Amina. Sono arrivati dopo aver lasciato un villaggio che ormai non esiste più. E ora non hanno più un posto dove andare.
Karim ha l’indirizzo tatuato sulla mano perché era muto quando è nato. Quindi immaginate lo smarrimento, immaginate il dolore di questa persona. L’indirizzo è inciso sulla sua mano, ma quell’indirizzo non esiste più. Quindi il film parla sicuramente di neorealismo, di origini, di perdita e di memoria.
VENEZIACINEMA: E questo tema delle origini, che influenza le persone costrette a cambiare luogo, a spostarsi dalla campagna alla città, è uno dei temi più importanti del tuo film, giusto?
ANUPARNA ROY: Sì, è fondamentalmente il tema principale.
Per me la migrazione in India è una questione molto politica, perché bisogna chiedersi: chi sono queste persone? Chi è costretto a lasciare i propri luoghi? E perché è costretto a farlo? Se provi a trovare la risposta a queste domande, quella risposta è il film.
Abbiamo salutato Anuparna Roy condividendo con lei la speranza che il suo film possa essere anche una finestra per comprendere meglio il suo Paese da parte degli spettatori di tutto il Mondo.










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